Equo compenso: cosa prevede la legge?

Si è molto parlato nei giorni passati della decisione presa dal Parlamento italiano in relazione all’equo compenso, attesa ormai da anni, ovvero da quando fu varato il decreto sulle liberalizzazioni, più noto come decreto Bersani. La novità la quale ha segnato in modo particolare la vicenda è relativa al fatto che attesa in un primo momento soltanto per gli avvocati, la questione si è poi allargata a tutte le categorie nei confronti con la Pubblica Amministrazione o con soggetti particolari come banche e assicurazioni. Ora resta soltanto da vedere se il decreto resterà tale e quale, come è stato assicurato con grande forza dal relatore del provvedimento, Silvia Lai, oppure sarà sottoposto a modifiche nel corso della navigazione parlamentare.

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Cosa dice precisamente il decreto?

 

Se ne è parlato molto, ma molto spesso senza precisare meglio i contorni del provvedimento, una lacuna che andrebbe colmata, in quanto potrebbe infine ingenerare false aspettative. In pratica si introduce il principio-tutela in base al quale i professionisti, anche quelli che non dispongono di Ordini di riferimento, godono di un minimo salariale sotto il quale non si può scendere nel caso in cui la committenza sia da parte di banche, assicurazioni e grandi imprese. Se però il principio è stato fissato, ora resta da stabilire a quanto debba corrispondere il minimo sotto il quale non si può andare e per questo serviranno successivi interventi normativi all’interno dei quali si potrebbe fare riferimento ai parametri attualmente utilizzati in sede giudiziaria per liti di questo genere, oppure affidarne la regolamentazione ai ministeri competenti per ogni professione.

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Un provvedimento di larga portata

 

Il fatto che la legge sull’equo compenso abbia destato un a così profonda eco è dovuto in particolare alla circostanza che vada incontro alle esigenze di quasi 2 milioni e mezzo di professionisti. Va anche ricordato come rispetto al progetto originario, che riguardava committenti come banche e assicurazioni, ad ampliare la portata del decreto sia proprio il coinvolgimento della Pubblica Amministrazione. Un coinvolgimento che è sembrato all’opinione pubblica alla sorta di una palese sconfessione di quanto accaduto a Catanzaro, ove il Comune ha dato vita ad un bando in cui si chiedeva agli architetti di prestare il loro operato gratuitamente. Tanto da spingere alcuni commentatori ad affermare come in tal modo si sia ristabilito un principio di dignità dei lavoratori autonomi lesionato da vicende come quella descritta.

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Le nove clausole vessatorie

 

All’interno del provvedimento, spicca anche la questione delle clausole vessatorie che i professionisti possono richiedere di annullare, entro e non oltre due anni dalla firma del contratto, in totale nove. Tra i punti che i professionisti possono impugnare ci sono non soltanto l’anticipazione delle spese a carico esclusivo del professionista, ma anche la dilatazione dei tempi di pagamento oltre i canonici 60 giorni, la possibilità di modificare il contratto in maniera unilaterale da parte del committente e l’imposizione di una rinuncia al rimborso delle spese. Clausole considerate vessatorie perché proprio nella stragrande maggioranza dei casi il committente può fare leva sulla sua posizione di forza contrattuale per imporsi sul professionista.



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